Elezioni USA 2020, la sfida tra Trump e Biden

elezioni USA

Il 3 novembre l’America sceglierà se confermare la propria fiducia in Donald Trump o premiare lo sfidante democratico Joe Biden, già vicepresidente durante l’era Obama.

Cosa possono dirci le ricerche su Google?

Le ricerche su Google hanno finora sempre detto chi avrebbe vinto: nel 2008 Obama era molto più ricercato di McCain (lo sarà anche nel 2012, lo sfidante in quel caso era Romney), per esempio, e nel 2016 Trump era molto più cercato di Hillary Clinton. Anche questa volta Trump è più ricercato di Biden. Sempre guardando alle ricerche Google si nota un evidente interesse degli utenti a proposito del caso dei contatti ucraini del figlio di Biden (molto più cercato del caso delle mail della Clinton che tenne banco nella campagna elettorale per le presidenziali di quattro anni fa).

Ultime considerazioni sulla campagna elettorale

Relativamente alla vittoria dei Democratici, data per molto probabile da diversi istituti demoscopici, l’ipotesi è che una parte dei bianchi (anche repubblicani) soprattutto anziani abbiano voltato le spalle a Trump, forse per come ha gestito l’emergenza Covid.

Solo a urne aperte vedremo se la cosa è vera. In pratica oltre ad afroamericani e latinos (dove persino a sinistra riconoscono dei progressi da parte di Trump, ma secondo loro non abbastanza) ci sarebbero tanti nuovi elettori che non avevano mai votato prima pronti a votare democratico. Moltissimi giovani, più di quanti ne aveva motivati Obama, moltissimi afroamericani, più di quanti ne aveva motivato Obama.

Però Biden non ha affatto fatto il Ground Game che aveva fatto Obama
Trump si. La campagna Trump ha mobilitato 2,5 milioni di persone, bussato ad oltre 120 milioni di porte (nessuno sa il numero esatto), un po’ come fece Obama nel 2008, dove le persone mobilitate erano circa 2,2 milioni.

Biden non ha fatto niente di tutto questo. Per una scelta strategica si è preferito non andare a bussare alla porta di nessuno come spiega bene Politico giornale di solito molto ostile a Trump ma capace di analisi bipartisan.

Biden non ha quasi per niente fatto (anche perché quando parla in pubblico fa una serie di gaffes impressionanti, dimentica i nomi, biascica le parole, non si ricorda dove si trova) e quando li ha fatti c’era al massimo qualche decina di persone. I soldi di Biden sono stati spesi per pubblicità sulle TV sulle radio e su internet. La campagna democratica ha anche fatto una quantità impressionante di telefonate e SMS. Su twitter si susseguono lamentele di gente che sta ricevendo fino a 15 telefonate al giorno per essere invitata a votare democratico.

I raduni di Trump (fino a 5 al giorno) hanno radunato oltre 50.000 persone in molti casi. Secondo la campagna di Trump molti erano indipendenti o addirittura democratici.

Alcuni analisti vicini ai democratici dicono che questa nuova marea di nuovi elettori non derivi dal porta a porta fatto da Trump (che però con Obama aveva funzionato) e nemmeno dai suoi raduni, ma appunto dalla aggressiva campagna sui media e sui telefoni da parte dei democratici e dalla convinzione che molti americani ritengono Trump colpevole dei morti di Covid. Altri dicono che abbia contribuito anche il senso di colpa, da parte dei bianchi, generato dall’onda emotiva di quanto avvenuto a George Floyd.

Questa convinzione sarebbe rafforzata dai dati dei sondaggi appunto degli istituti che generalmente, come abbiamo visto, tendono a sovrastimare i democratici. Qualcuno ha fatto però notare che secondo questi sondaggi alcune contee dove Trump aveva vinto con un margine di 40 punti e oltre ora si sarebbero colorate di blu. Uno spostamento veramente grosso.

Quindi due sono le cose: o chi ha fatto il sondaggio lo ha fatto male prendendo un campione non rappresentativo (pare che risponda alle telefonate solo il 6% del campione, il 94% si rifiuta di rispondere), oppure effettivamente molti bianchi hanno voltato le spalle a Trump. Non tutti gli istituti vedono questo cambio di sentimento nei confronti di Trump, soprattutto nella parte rurale del paese. Trafalgar, Rasmussen, Insider Advantage, Susquehanna non vedono le stesse cose e danno risultati diversi

C’è un altro elemento che contrasta con la narrativa che vede parte dei repubblicani votare contro Trump: l’approval rating, ovvero quanto gli americani approvano il lavoro di Trump, ha sempre visto in maniera consistente e costante oltre il 90% degli elettori che si dichiarano repubblicani come favorevoli a Trump, con valori che hanno oscillato tra il 93 e il 95% in maniera quasi costante per 4 anni. Nemmeno gli istituti meno favorevoli a Trump, tra quelli maggiori, hanno mai detto che il consenso dei repubblicani verso Trump sia mai arrivato a valori come l’85%.
Alle primarie repubblicane Trump ha preso oltre il 94% dei voti (valori così alti non si vedevano dai tempi di Reagan nel 1984!) con affluenze record malgrado il Covid.

Quindi le ipotesi sul piatto sono queste:

  • O hanno ragione i sondaggi degli istituti come ABC Washington Post, Siena NYTimes, Emerson, Reuters/IPSOS, Quinnipiac, CNN ecc e quindi verrà fuori una onda blu che travolgerà tutti visto che parte dei bianchi, anche delle zone rurali da sempre repubblicane, ha voltato le spalle a Trump
  • oppure la marea di voti nuovi, anche di afroamericani e latinos, sono in realtà nuovi elettori di Trump mobilitati dal porta a porta e dai raduni oceanici di Trump

presto sapremo chi ha avuto ragione e quale delle due strategie è stata più efficace. Fare raduni con tanto pubblico o fare tanti spot tv? Bussare alla porta o telefonare e mandare SMS?

Elezioni USA 2020, i sondaggi nazionali e quelli negli Stati in bilico

La sfida è atipica non solo per la natura dei candidati, sopra i 70 anni e diversissimi, ma soprattutto perché capita in piena pandemia, una variabile in veloce mutamento che si aggiunge alle altre nel condizionare l’opinione degli elettori e a rendere quindi più ardui i sondaggi.

E i sondaggi di queste elezioni USA 2020 sono proprio il primo degli elementi a cui si deve guardare per farsi un’idea di quello che sta accadendo Oltreoceano, ma vanno presi cum grano salis, e soprattutto non sono gli unici.

Oggi Biden è dato in vantaggio del 7,9% secondo la media dei sondaggi raccolta da Rearclear Politics, con il 50,7% contro il 42,8% di Trump.

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Fonte: Realclearpolitics

Come sappiamo non vince chi ha più voti, ma chi raccoglie più voti elettorali. Questi sono assegnati Stato per Stato in proporzione alla popolazione, dai 55 della California ai 3 del Wyoming, ai 20 dell’Illinois. Chi vince in uno Stato li ottiene tutti, tranne che in Nebraska e in Maine dove sono assegnati in modo parzialmente diverso. Sono assegnati infatti in base al vincitore nei distretti elettorali della Camera.

Ora Biden appare in vantaggio, e se utilizziamo il sito 270towin.com (in cui si può costruire a piacimento una mappa elettorale degli USA) mettendo come toss-up gli stati più in bilico ha dalla sua 222 dei 573 voti elettorali, contro i 203 probabili di Trump, e ben 113 che balleranno fino all’ultimo giorno.


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Vi sono per esempio gli Stati dove Trump aveva vinto a sorpresa nel 2016, per la prima volta da molto tempo per un repubblicano, come la Pennsylvania, il Michigan, il Wisconsin, aree popolate in maggioranza da bianchi spesso di estrazione operaia, e poi vi sono quegli Stati da sempre rossi, ovvero repubblicani, che anche per composizione etnica sempre più diversificata, potrebbero diventare democratici, come l’Arizona. Altri, come Florida o Ohio, sono pressoché da sempre considerati “toss up”, ovvero perennemente in bilico. Va detto che negli ultimi anni l’Ohio sembra essersi spostato leggermente più a destra rispetto alla media nazionale, non abbastanza però da renderlo sicura preda dei repubblicani.

Come avvenuto nel 2016 un candidato potrebbe vincere il voto popolare ma perdere la sfida complessiva, perchè per esempio potrebbe, come accaduto alla Clinton, stravincere laddove era già in vantaggio, in California, e perdere di poco in alcuni Stati in bilico.

Oggi quindi gli occhi di tutti sono su questi ultimi. Secondo le medie di Real Clear Politics (sito dal quale Termometro Politico trae ispirazione) alla vigilia del voto abbiamo le seguenti situazioni per quello che riguarda i sondaggi:

In Pennsylvania oggi Biden è dato in vantaggio del 2,9%. Nel 2016 il vantaggio di Hillary Clinton era del 3,9% alla vigilia del voto, e Trump vinse del 0,7%. L’errore fu quindi del 4,8%. Oggi con lo stesso errore dei sondaggi vincerebbe di nuovo Trump, ma va detto che i sondaggisti sostengono di aver rimediato e di essere più accurati questa volta. Vedremo se è davvero così.

In Florida Clinton era stimata vincente con il 1,3% in più. Trump vinse dell’1,2%. L’errore fu del 2,5%. Oggi Biden è in testa solo dell’1,0%, e lecito è il dubbio che con un errore analogo a quello di 4 anni rivincerebbe Trump.

In Wisconsin il presidente uscente vinse solo del 0,7%, oggi insegue Biden del 4,6%, ma nel 2016 era dato perdente del 6,6%. Qui c’è da vedere anche perché questo numero viene fuori inserendo nella media un sondaggio che da Biden vincente del 17%! Un numero molto elevato che non si è verificato nemmeno quando stravinse Obama nel 2008, si tratta probabilmente di un “outlier”, ovvero un sondaggio fuori le righe.

Infine il Michigan: qui la Clinton era in vantaggio del 4,1%, alla fine perse del 0,3%. Oggi Biden è dato avanti del 5,1%. Anche qui dovremo forse aspettare notte fonda per capire come stanno andando davvero le cose.

Relativamente però, perchè i dubbi sui sondaggi americani continuano a esserci tra diversi osservatori. Alcuni bias presenti 4 anni fa, in particolare per quanto riguarda gli Stati del Midwest, rimangono secondo alcuni ancora presenti

Elezioni USA, degli Shy Trump voters e di altri problemi

E’ un classico in tutte le elezioni occidentali, e quindi anche nelle elezioni USA, in particolare quando i candidati o i partiti conservatori sono incumbent: il fenomeno degli shy voters, coloro che non si sentono di dichiarare la propria preferenza per la parte che è socialmente meno desiderabile, quella che nella narrazione prevalente sui media, o tra gli opinion maker, è giudicata “villain”. Già nel 2016 si trattava di Trump, nonostante fosse nuovo, e oggi a maggior ragione.

In realtà non si trattava tanto di elettori che mentivano al sondaggio, quanto di persone diffidenti che rifiutavano di farsi intervistare, in particolare se erano di un livello di istruzione minore e abitavano in aree rurali. Questo accade ancora. Alcuni (non tutti) istituti, che avevano inserito troppi pochi elettori bianchi rurali poco istruiti nei propri algoritmi rispetto alla loro quota sulla popolazione, ora avrebbero aggiustato i propri campioni, ma questo è piuttosto inutile se in questo segmento i rifiuti all’intervista proseguono.

Il risultato è che nel campione finale di molti istituti i democratici sono sovrastimati, a volte del 4%, a volte del 10%, inserendo talvolta tra i rispondenti 42 democratici su 100 quando sono in realtà sono al massimo il 35-36% tra i registrati.

Un altro elemento importante riguarda la numerosità stessa dei campioni, piuttosto limitata. Con meno di 1000 intervistati, come è il caso di Ipsos, o di Siena per il Nytimes .

Per quanto elaborati siano gli algoritmi e raffinato il campionamento per etnia, genere, età, istruzione, ecc, solo per la limitatezza del campione il margine di errore diventa ampio, e arriva fino al 5%.

Vi sono poi altri elementi che scoraggerebbero alcuni elettori dal rispondere ai sondaggi. Per esempio la loro lunghezza. Tra profilazione e quesiti sul voto al presidente, sul suo lavoro e su altro si arriva a più di 25-30 domande, cosa che disincentiva chi di politica non è appassionato, tipicamente i conservatori, e chi ha più impegni familiari o di lavoro e non può stare al telefono, ancora i conservatori.

Sulla basi di queste considerazioni un istituto come Trafalgar Group, che già nel 2016 aveva predetto la vittoria di Trump, ora conferma la propria previsione, come possiamo vedere dalle grafiche qui sotto:

Questi sono gli ultimi sondaggi di Trafalgar Group

Quali sono gli istituti più affidabili?

Sono molti gli istituti che vengono considerati durante le elezioni. Alcuni sono visti molto vicini alla sinistra come PPP, altri più vicini alla destra come Rasmussen. Altri invece hanno la pretesa di essere imparziali ma a vederli bene poi tutto sommato non lo sono poi così tanto.

Errore sistematico a favore dei democratici da parte dell’università di Monmouth

Malgrado un errore sistematico evidente a favore di una parte politica alcuni istituti sono comunque considerati come molto affidabili da alcuni commentatori come Nate Silver del sito Fivethirtyeight. Curiosamente lo stesso Nate Silver considera pessimi i sondaggi di Trafalgar Group.

Sono molti gli istituti che hanno mostrato una inclinazione molto forte a favore della sinistra sovrastimando spesso in modo pesante i democratici e sottismando i repubblicani. ABC-Washington Post per esempio è quello che ha detto che Biden starebbe per vincere in Wisconsin con 17 punti di distacco. L’ostilità del Washington Post di Jeff Bezos contro Trump è proverbiale. Non scherzano affatto, in quanto a ostilità verso Trump, nemmeno quelli commissionati dalla CNN. Altri istituti che tendono a dare valori molto alti ai democratici sono Emerson, YouGov, Reuters/IPSOS, e altri istituti minori.

Il “Gold Standard” dei sondaggi secondo molti, anche Nate Silver, è l’istituto Selzer. Fondato da Ann Selzer sembra che non sbagli quasi mai, fa pochi sondaggi, quasi tutti riguardano l’Iowa, L’Indiana e altri stati della zona, e risultano spesso estremamente accurati. Pochi giorni fa è uscito dei dei suoi rari sondaggi sulle presidenziali in Iowa. Ebbene il risultato secondo lei sarebbe di 7 punti a favore di Trump, esattamente come disse nel 2016, evidenziando un errore sistematico a favore della sinistra di molti altri istituti. La cosa ha mandato nel panico molti sostenitori della vittoria certa di Biden come appunto Nate Silver, Dave Wassermann, Larry Sabato, Nate Cohn. Il sospetto di molti è che questo sia un chiaro segnale che potrebbe ripetersi quanto successo nel 2016, con una nuova inattesa vittoria di Trump.

Tra i registrati aumentano i repubblicani

Collegato strettamente al tema de campionamento vi è quello dei registrati nei democratici, nei repubblicani o come indipendenti. Negli ultimi anni, a dispetto di un gradimento di Trump sempre minore alla percentuale ottenuta del 2016 in realtà in diversi Stati, specie in quelli chiave, è cresciuto il numero di persone che si sono registrate come repubblicane, numero che ha superato quello di chi lo ha fatto come democratico.

Elezioni USA
Fonte: Zero Hedge

Ciò è avvenuto in Pennsylvania, dove nell’aprile di quest’anno il gap tra democratici e repubblicani si era ridotto di 219 mila persone, o in Florida, dove è calato di 137 mila, o North Carolina, ove è sceso di 254 mila.

Per Pennsylvania e Florida questo sembrerebbe indicare un clima più positivo per Trump di quanto i sondaggi indichino. Così come per Biden invece l’aumento dello stesso gap a favore dei democratici, anche se di pochissimo, in Arizona, Stato che potrebbe diventare blu.

Le ipotesi sono molte. Non sappiamo con esattezza se tra chi si è iscritto vi sia chi già aveva votato il candidato di quel partito nel 2016 e ora è solo più impegnato e schierato o qualcuno che aveva votato il suo oppositore.

Elezioni USA, la guerra degli ascolti TV, come sono correlati al voto?

Tra gli strumenti per intuire il mood degli elettori molti inseriscono anche gli ascolti delle principali emittenti TV, e il modo in cui si sono modificate negli anni.

E così emerge come la conservatrice Fox News almeno fino al 2018 abbia surclassato la liberal CNN nelle preferenze degli americani, con quest’ultima che nel prime time è stata raggiunta e superata da MSNBC.

Questo ha fatto pensare a molti osservatori che in realtà al di là dei sondaggi ufficiali nel Paese profondo i conservatori filo Trump non fossero in realtà minoranza. E anche nel 2020, con il boom degli ascolti a causa della campagna elettorale, il gap si è mantenuto.

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Fonte: Nielsen

Gap che però pare chiudersi per la fascia dei 25-54enni, quelli tra cui tra l’altro il vantaggio di Fox era andato crescendo.

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Fonte: Nielsen

Che i più giovani del resto preferiscano Biden si sa, così come che sono in generale meno interessati di politica almeno fino alla campagna elettorale. Rimane di conseguenza un gap che probabilmente è sempre più largo a favore di Fox, tra gli over 50. La domanda è: quale trend è più importante, quello degli anziani sempre più conservatori o quello dei giovani che diventano sempre più liberal? Consideriamo che come altrove il segmenti degli anziani si allarga numericamente, e quello dei giovani si restringe.

Elezioni USA, Early voting protagonista

Complice l’emergenza Coronavirus, con la terza ondata che sta colpendo gli USA, quest’anno segnerà il trionfo del voto anticipato, l’early voting, in base al quale si può inviare la scheda prima del giorno delle elezioni senza doversi presentare di persona il 3 novembre, oppure si può votare di persona in un determinato luogo distribuendo l’afflusso in molti giorni.

E’ uno strumento che è stato usato al 24 ottobre da 57,4 milioni di elettori, ovvero il 41,7% di quelli che votarono nel 2016.

Ha generato controversie, con dubbi di Trump e dei repubblicani sulla possibilità di frodi a suo sfavore che questo sistema genererebbe e diatribe nei tribunali sulla possibilità di contare o meno le schede arrivate dopo l’election day. Per questo in molti si sono mossi in anticipo e per questo vi è il dubbio che la notte delle elezioni non vi possa già essere un vincitore, dovendo aspettare lo spoglio della mole di voti arrivati via posta o che potrebbero arrivare dopo, che potrebbero cambiare le carte in tavola.

Anche perchè come si diceva l’early voting non è un fattore neutrale, è molto più utilizzato dai democratici, questo emerge dai sondaggi e dagli ultimi dati riguardanti la spedizione delle schede Il 50,4% degli early voters è effettivamente democratico (si tratta di un modello su base partito fatto da https://targetearly.targetsmart.com/)

Non è così però in tutti gli Stati. Per esempio in Texas, che per alcuni potrebbe diventare blu grazie al cambiamento demografico, in realtà i repubblicani superano di 12,4 punti i democratici tra gli early voters, anzi con un gap che rispetto a quello dl 2016, del 9,2%, è superiore.

Al contrario effettivamente nel Michigan i democratici hanno incrementato il proprio vantaggio, ora del 5% contro il 2,6% precedente. Così in Florida e Pennsylvania.

Chiaramente chi non vota ora può farlo il 3 novembre, e quindi ogni eventuale vantaggio o svantaggio può essere compensato quel giorno.

Una cosa che allarma i democratici è l’annoso problema della bassa affluenza dei giovani, esacerbata dalla chiusura dei college per il coronavirus, evidente anche nell’early voting. In Michigan meno di metà di coloro che avevano richiesto di votare via posta ha inviato la scheda, contro più dell’80% degli over 65.

L’importanza dei fondi

In America, si sa, non c’è imbarazzo nel parlare di soldi, e nelle elezioni USA per un candidato far sapere che sta raccogliendo più fondi è motivo di vanto, non c’è lo stigma verso il denaro presente altrove, così come le raccolte fondi occupano molto spazio in una campagna che è molto costosa in termini di eventi, pubblicità TV o su internet, che verso la fine di ottobre viene concentrata negli Stati in bilico, e quando questi sono molti come ora i fondi richiesti devono essere imponenti.

Ad oggi Biden sopravanza Trump con un miliardo e 388 milioni raccolti contro gli 858 milioni del presidente. Di coneguenza ha potuto spenderne di più, 1 miliardo e 152 milioni contro 807 milioni.

Una parte di questi fondi è raccolta direttamente dal comitato elettorale del candidato, un’altra da gruppi di supporto che fanno campagna per conto proprio. Tra quelli accolti direttamente dal comitato si nota come nel caso di Biden prevalgano contributi più grandi, superiori ai 200 dollari, che sono il 61,2%, mentre in quello di Trump sono sempre la maggioranza, ma proporzionalmente di meno, il 54,7%.

Come consegunza del vantaggio nella raccolta fondi è Biden che sta spendendo di più in spot televisivi un po’ ovunque negli Stati chiave, tranne in Georgia. Soprattutto in Florida, dove entrambi stanno iniettando più fondi, in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin. Molto poco in Texas, che evidentemente nonostante il flame su un suo cambio di schieramento, anche i democratici giudicano poco conquistabile. Dal grafico si capisce chiaramente che due stati ritenuti chiave come Ohio e Iowa in realtà non hanno una vera battaglia in corso. Gli stati dove si combatte davvero sono in realtà 8:

Florida, Pennsylvania, North Carolina, Arizona, Michigan, Wisconsin, vinti da Trump nel 2016, e poi Minnesota e Nevada vinti invece dalla Clinton 4 anni fa. Ci sono infine i distretti che valgono solo un voto elettorale (EV) e sono Nebraska2 e Maine2. Si vede che i democratici attaccano con più convinzione il distretto di Nebraska2 relativo alla città di Omaha, vinto da Trump per poco più di 3 punti nel 2016, che l’intero Texas, a conferma di quanto dicevamo prima. Questo non vuol dire che il Texas non possa passare a sinistra, vuol dire che in fondo in fondo non ci credono nemmeno loro, malgrado alcuni sondaggi.

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Fonte: NYtimes

Cosa dicono gli scommettitori

Spesso tra i vari indicatori di come andrà una competizione viene citato il banco delle scommesse. Gli scommettitori spesso prevedono con anticipo qualcosa che ad altri sfugge. Non fu il caso delle elezioni del 2016 dove il grosso delle scommesse dava la Clinton vincente, ma è sempre interessante vedere come si evolvono le quote. Un sito molto consultato che riguarda questo tema è https://www.predictit.org

Real Clear Politics traccia invece le quote delle società di scommesse principali e ne fa la media. 4 anni fa le scommesse in favore della Clinton erano ancora superiori.

Sono questi indicatori che nelle nostre campagne emergono poco, ma d’altronde non si tratta dell’unico elemento peculiare delle elezioni USA, che nel loro genere sono uniche al mondo. L’unico verdetto certo però lo daranno solo le urne e allora si vedrà chi aveva ragione e perché.

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