Vaccino Covid: emergono dubbi sul vaccino AstraZeneca. Ecco perché

Pubblicato il 16 Gennaio 2021 alle 15:27 Autore: Guglielmo Sano
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Vaccino Covid: emergono dubbi sul vaccino AstraZeneca. Ecco perché

Proseguono le vaccinazioni in tutto il mondo così come in Italia dove si è ormai arrivati a quota un milione. Dopo i composti di Pfizer e Moderna, si attende il via libera delle autorità sanitarie Ue a quelli di Johnson&Johnson (probabilmente in primavera), Reithera (in estate) e, soprattutto, al vaccino Covid di Astrazeneca. L’approvazione potrebbe arrivare già entro gennaio 2021.

Tuttavia, alcuni studiosi hanno espresso dei dubbi sul composto realizzato in collaborazione con l’Università di Oxford.

Vaccino Covid: dopo marzo problema delle dosi?

Proseguono le somministrazioni di vaccino Covid in Italia: praticamente raggiunta quota un milione. Se si continuasse al ritmo registrato finora 60-70mila al giorno, l’obiettivo di vaccinare 6 milioni di connazionali – tra operatori sanitari e anziani delle Rsa – entro marzo sembra a portata di mano.

Per raggiungerlo dovrebbero bastare, conti alla mano, le 11 milioni di dosi (bisogna inoculare il composto due volte per completare l’immunizzazione) assicurate da Pfizer e Moderna per i prossimi 2-3 mesi. Successivamente, però, quando si cominceranno a inserire anche altre categorie nel programma – gli insegnanti, le forze dell’ordine etc. – la disponibilità di dosi potrebbe diventare un problema.

Quando arriva l’ok al composto AstraZeneca?

Per sgombrare a monte il tavolo dal problema della mancanza di dosi, si ripongono molte speranze nell’arrivo anche di altri composti. A colmare questo “buco” dovrebbe pensarci il composto monodose di Johnson&Johnson, la cui efficacia è stimata nella misura dell’80%, per cui si attende l’autorizzazione dell’Ema non prima di fine marzo, quello dell’Italiana Reithera, la commercializzazione potrebbe partire in estate, forse quello cinese di Sinovac ma, soprattutto, il vaccino Covid di AstraZeneca, Università di Oxford e della società italiana Irbm.

Per quest’ultimo, infatti, il via libera delle autorità europee potrebbe arrivare già entro fine mese e, più precisamente, giorno 29 gennaio 2021 (al momento è già utilizzato nel Regno Unito e in Argentina).

Vaccino Covid: emergono dubbi sull’efficacia  

Il vaccino Covid di AstraZeneca è atteso con ansia vista la facilità di conservazione, basta tenerlo intorno ai 2-8 gradi centigradi, e il costo molto più basso rispetto ai composti di Pfizer e Moderna (da sottolineare che è realizzato con una tecnologia decisamente più “tradizionale”). D’altra parte, da recenti studi clinici è emerso come abbia un’efficacia del 62% dopo due dosi (mentre quella dei due di cui prima si attesterebbe oltre il 90%).

Da AstraZeneca hanno chiarito come i prossimi dati dimostreranno che il composto ha, in realtà, un’efficacia del 95% dopo due dosi e del 100% nella prevenzione delle forme più gravi di infezione. La questione del dosaggio corretto, però, rimane: durante la sperimentazione, i ricercatori hanno somministrato solo mezza dose e l’efficacia è aumentata fino al 90%, per esempio. Non pochi esperti hanno evidenziato che a quel punto si sarebbe dovuta ripetere la sperimentazione con studi randomizzati molto più completi. Da AstraZeneca si chiuse il discorso parlando di “errore utile”: la possibilità di avere vaccinati di serie A e di serie B pare comunque concreta.

La questione dell’immunità sterilizzante

Altra criticità emersa rispetto al vaccino Covid di AstraZeneca è quella legata alla durata dell’immunità che garantisce: in pratica, ancora non è ben chiaro per quanto tempo le persone cui viene somministrato restino “al riparo” dall’infezione. Infine, e forse questo è il problema più grave, quello della cosiddetta “immunità sterilizzante”. In sostanza, i vaccini servono a prevenire le infezioni ma anche a interrompere la trasmissione dei virus, stimolando la produzione di anticorpi di tipo IgA, quelli che agiscono nelle mucose delle vie respiratorie alte (naso e bocca). Su questo versante il composto di AstraZeneca ha restituito dei dati per niente incoraggianti nel complesso.

Negli esperimenti condotti sui macachi (Macachi Rhesus), a un mese dalla seconda dose, il coronavirus è stato individuato nei polmoni ma anche nelle narici degli stessi esemplari ma si osservava un calo delle complicazioni broncopolmonari: dunque, se accadesse la stessa cosa nell’uomo, con tutta probabilità si osserverebbe una diminuzione dei casi contraddistinti da sintomatologia severa, ma diametralmente la trasmissione non risulterebbe bloccata. Per approfondire il quadro della situazione basta dire che nello stesso esperimento sui Macachi Rhesus, il composto Pfizer è riuscito a eliminare il virus dalle vie respiratorie inferiori dopo la seconda dose da 30 microgrammi, cioè il dosaggio previsto dal protocollo (ma non è stato precisato se lo stesso risultato era stato ottenuto nelle vie respiratorie superiori); invece, quello Moderna ha raggiunto la sterilizzazione completa delle stesse con la dose da 100 microgrammi mentre con quella da 10 microgrammi il virus non veniva individuato nei polmoni ma attecchiva nella narici. Per essere chiari: se il virus sparisce anche dalle narici dei vaccinati, una programma di immunizzazione a tappeto potrebbe fermare l’epidemia anche in poco tempo.

D’altro canto, allo stato dei fatti, ci si potrebbe trovare con dei vaccini che permettono comunque agli asintomatici di far circolare il virus (e in parallelo alla sua continua mutazione in varianti magari più pericolose di quelle conosciute finora) . Detto ciò, tornando al composto AstraZeneca: vaccinare con quest’ultimo solo i più anziani (che generalmente hanno una vita sociale meno intensa) per risolvere, provvisoriamente, la questione dell’approvvigionamento? Da precisare che l’Ema sta valutando la possibilità di approvare l’utilizzo del composto solo sugli under 55, cioè nella fascia di popolazione in cui ha dimostrato di essere sicuro e sufficientemente efficace senza ombra di dubbio o quasi. Infatti, più si va avanti con l’età, più i vaccini basati su Adenovirus (il “virus del raffreddore”) risultano meno efficaci: ciò perché più un paziente è anziano più è probabile che sia venuto a contatto con uno degli adenovirus utilizzati dai ricercatori per “portare” alla cellula le informazioni da memorizzare sul virus contro cui devono “imparare” a difendersi. Per questo i ricercatori cercano gli adenovirus più rari come “vettori”, meglio se di specie diverse (quelli che si diffondono tra i gorilla sono tra i più utilizzati).

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L'autore: Guglielmo Sano

Nato nel 1989 a Palermo, si laurea in Filosofia della conoscenza e della comunicazione per poi proseguire i suoi studi in Scienze filosofiche a Bologna. Giornalista pubblicista dal 2018 (Odg Sicilia), si occupa principalmente di politica e attualità. Cura la sezione esteri per Termometro Politico
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