L’andamento dei contagi, dei morti, dei ricoverati e i Dpcm, che relazione?

Pubblicato il 12 Gennaio 2021 alle 19:39
Aggiornato il: 19 Gennaio 2021 alle 19:14
Autore: Gianni Balduzzi
andamento dei contagi

L’andamento dei contagi, dei morti, dei ricoverati e i Dpcm, che relazione?

A quasi un anno dal primo caso di Covid autoctono a Codogno le misure messe in campo per contrastare la pandemia sono state le più varie, spesso, dobbiamo dirlo, sembrano essere state caratterizzate da una certa dose di incostanza, con provvedimenti di segno opposto presi a breve distanza di tempo, spesso più sotto l’onda emotiva o sulla spinta dei media (le immagini degli assembramenti dovuti alla “movida”).

E allora è spontaneo guardare alla relazione tra l’andamento dei principali indici della pandemia, i contagi, i morti, i ricoverati, in terapia intensiva o in reparto, e il susseguirsi di DPCM da marzo a oggi.

Vediamo la curva più famosa in Italia, quella relativa all’andamento dei contagi intesi come media giornaliera in una settimana, di seguito. È possibile selezionare indicatori ancora più fedeli alla situazione reale, come quelli relativi ai ricoveri, alle terapie intensive occupate e ai decessi. Dati che risentono molto meno dai fallimenti nel tracciamento, soprattutto nella prima ondata.

Come si vede i primi DPCM furono relativi alla zona rossa di Codogno e alla chiusura delle scuola, ma gli effetti voluti non si materializzarono. Il contagio era già molto più esteso di quanto ipotizzato, e molto oltre il lodigiano. L’8 marzo e nei giorni successivi fu quindi deciso di chiudere tutto, e solo questa misura estrema, associata a quella forse unica al mondo del 22 marzo relativa alla chiusura delle fabbriche cominciò a piegare la curva.

Un primo errore fu probabilmente la stima delle tempistiche degli effetti dei DPCM, più lunghi di quanto sperato, visto che il virus continuò a circolare nelle case, e fu evidente che ci volevano non meno di due o tre settimane per vedere degli effetti.

Alla luce di questi tempi forse il DPCM del 22 marzo non era indispensabile come quelli di 13 e 14 giorni prima.

I DPCM estivi e i primi autunnali, pochi gli effetti sull’andamento dei contagi

I successivi provvedimenti semplicemente accompagnavano una riapertura che avveniva per il calo dei contagi provocato dal duro lockdown.

Tra i provvedimenti meno efficaci però vi sono sicuramente quelli estivi, che semplicemente aggiustavano il tiro relativamente ad alcune restrizioni, per esempio con la chiusura delle discoteche, aperte da alcune regioni, e che però non servì a impedire la lenta ripresa del contagio. La quale avvenne grazie ai contatti con altri Paesi europei in cui aveva già ricominciato a salire, come Francia e Spagna.

Come la chiusura delle discoteche anche l’obbligo di mascherine all’aperto e poi il coprifuoco alle 24, con la chiusura dei locali alle 18, in settembre e ottobre, sembrano non avere alcun effetto sulle curve, come si vede bene usando quelle delle terapie intensive.

Solo altre chiusure, questa volta però modulate in modo diverso in base alle regioni, e certo meno rigorose, sembrano avere avuto effetto. Parliamo di quelle varate il 3 novembre.

In questo caso un primo calo dei contagi lo abbiamo visto dopo due settimane, quello delle terapie intensive dopo tre, come in aprile. Quello dei decessi è apparso ancora più ritardato, si è visto solo a inizio dicembre. Sembra che ciò che è avvenuto testimoni che forse anche in primavera sarebbe stato preferibile avere chiusure differenziate per regioni, allora al Sud il virus circolava molto poco, ricordiamo, e soprattutto meno rigide.

Gli effetti delle zone gialle, arancioni, gialle

Le zone colorate, appunto. Da novembre è iniziata una nuova fase e una nuova strategia. Selezionando l’infografica sulle regioni, che riproponiamo anche di seguito, è possibile osservare l’andamento dei contagi nelle principali regioni, che tra l’altro hanno vissuto diversi livelli di restrizione prima del periodo natalizio e post natalizio quasi schizofrenico con la rapida successione di colori molto diversi.

L’andamento più lineare appare quello lombardo, con un calo della curva molto chiaro dopo metà novembre, con un arrivo a metà dicembre allo stesso livello del 18 ottobre, di quasi due mesi prima.

Un andamento a campana che appare essere stato favorito dall’appartenenza alla zona rossa. Come pare affermare anche la società di epidemiologia che analizzando i dati ha visto una reale riduzione del rischio epidemiologico solo nelle regioni rosse.

Anche in Campania, divenuta rossa circa 10 giorni dopo la Lombardia, vi è stato un calo del contagio, che però è proseguito anche quando le restrizioni si sono allentate, quando è divenuta arancione.

Andamento dei contagi opposto in Lazio e Veneto, entrambi gialli

Questo però non vuol dire che laddove la colorazione è stata diversa le cose siano andate in modo opposto. Il Lazio è sempre rimasto giallo fino al periodo natalizio eppure anche qui vi è stata una riduzione del contagio, certo, inferiore che in Lombardia, ma si partiva già da livelli inferiori. Lo stesso non si può dire per il Veneto che ha rappresentato un outlier, con un andamento dei contagi atipico, una accelerazione da inizio dicembre, dopo un periodo in zona gialla.

Quindi la zona gialla va bene per alcune regioni e non per altre? Così parrebbe.

Sicilia ed Emilia Romagna sono state in autunno prevalentemente arancioni, e non trovandosi tra le aree con maggiori casi hanno vissuto una riduzione comunque significativa, ma la Sicilia tuttavia sembra testimoniare un fallimento dei provvedimenti natalizi, visto il rapido aumento dei contagi in tale periodo. Che per esempio non si è verificato in Lombardia.

Le peculiarità locali sono certamente importanti, ma forse ancora una volta dovremmo guardare altrove, ad altri dati.

Come il rapporto positivi/tamponi. Che tra novembre e dicembre era nel Lazio inferiore quasi sempre al 10% e superiore al 20% in Veneto. È il tracciamento a rivelarsi ancora decisivo. E una conferma viene dalle differenze presenti tra questo rapporto in Sicilia e quello in Lombardia negli ultimi giorni. In crescita verso il 20% nel primo caso e cotante intorno al 10% nel secondo.

In Italia si fanno meno della metà dei tamponi fatti nel Regno Unito, e da dicembre sono diminuiti. Quel tracciamento capillare che mancava comprensibilmente in primavera è stato deficitario anche dopo, e questo è molto meno comprensibile

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L'autore: Gianni Balduzzi

Editorialista di Termometro Politico, esperto e appassionato di economia, cattolico- liberale, da sempre appassionato di politica ma senza mai prenderla troppo seriamente. "Mai troppo zelo", diceva il grande Talleyrand. Su Twitter è @Iannis2003
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