Questo matrimonio non s’ha da fare, recensione a Mattia Morretta

Pubblicato il 3 Settembre 2019 alle 17:25 Autore: Piotr Zygulski

Lo psichiatra Mattia Morretta svela le dinamiche di immaturità coperte dall’ipocrisia del matrimonio, sempre più individualistico e commerciale, etero e gay

Questo matrimonio non s’ha da fare, recensione a Mattia Morretta

Avrebbe potuto essere l’ennesimo libro sdolcinato pro o contro le nozze gay e invece Questo matrimonio non s’ha da fare. Crisi di famiglia e genitorialità di Mattia Morretta – pubblicato con il gruppo editoriale Viator, Milano 2019 – sceglie una strada, impervia, ben diversa. Non è un pamphlet militante né uno studio accademico; l’Autore – psichiatra, psicoterapeuta e sessuologo – getta nuovamente uno sguardo nudo e crudo sulla realtà nel suo stile peculiare, cesellato di moltissime suggestioni mistiche, letterarie e artistiche che spaziano dall’arte antica alla musica pop. Spietati giochi di parole, istantanee sul quotidiano sino all’esasperazione paradossale, riflessioni profonde condite con abbondante sarcasmo caratterizzano l’incedere di Morretta. Lo aveva già fatto, sempre con Viator, soprattutto con Che colpa abbiamo noi. Limiti della sottocultura omosessuale (2013) e con Tracce vive. Restauri di vite diverse (2016). Questa volta egli va a svelare l’abbondante sedimento di ipocrisia depositatosi sulle dinamiche di coppia, e in particolare quella del matrimonio – innanzitutto eterosessuale, prima che omosessuale – quale obiettivo sociale, conquista giuridica e aspettativa individuale.

Morretta, tra crisi del matrimonio e attualità politica

Il libro è arduo tanto da incasellare quanto da sintetizzare. Occorre rilevare che, a modo suo, l’Autore fa allusioni anche ai temi di attualità politica, spesso scatenati a partire dai casi di cronaca, dell’“utero in affitto” e del riconoscimento dei figli nelle “famiglie arcobaleno”, e quindi delle adozioni, dei family day, delle azioni per fronteggiare la crisi demografica, dell’affido condiviso, degli assegni di mantenimento, degli infanticidi, dei matrimoni combinati, della precarizzazione dei legami, della selezione genetica, dei divari economici, dell’indottrinamento gender nelle scuole con la forzata riscrittura delle fiabe tradizionali, della differenza sessuale, con tutto il portato simbolico.

Reazionari e progressisti: uno scenario desolante

Ma eccede di molto tutto ciò. Innanzitutto perché vuole ricavarsi uno spazio tra i non allineati rispetto a chi manovra l’opinione pubblica imponendo atteggiamenti rivendicativi per partito preso. Ad esempio, a proposito della continua politicizzazione di casi giudiziari privati riguardanti minori che vivono con coppie dello stesso sesso, «da un lato, la benzina che si getta sul fuoco rafforza i reazionari che non vogliono darla vinta e si sentono impegnati in una presunta battaglia morale (i martiri della “vera fede”); dall’altro lato, rende palloni gonfiati gli “avvocati” (in senso stretto e in senso lato) della ipotetica causa gay codici alla mano».

Tutte manifestazioni di come sia venuta meno un’appartenenza culturale ad ampio respiro sul passato, sul futuro e sui presenti vicini e lontani. Morretta allora preferisce mostrare direttamente il «desolante panorama di sgretolamento del tessuto comunitario, la drammatica crisi delle identità sessuali, dei rapporti tra i sessi, della figura materna e paterna, finanche dei legami personali».

Matrimonio di fragili immaturità narcisistiche

Così, tra le famiglie di ieri e di oggi, egli illustra come il matrimonio sia un’istituzione di compromesso che risponde innanzitutto a pressioni sociali, prima che istintuali; la sua crisi degli ultimi decenni sarebbe dovuta, tra le varie cose, alla privatizzazione dei rapporti e all’impossibilità di fondarli in modo stabile nella sola intesa sessuale, che si pretende reciproca, paritaria e interscambiabile tra i sessi. Qui appunta: «Sono le carezze non date e le parole di verità non dette a aprire voragini incolmabili tra persone che hanno smarrito la strada di casa a furia di andare dove le porta il cuore o il basso ventre». Lo psichiatra mette il dito nella piaga del narcisismo che occulta l’immaturità, anche quando essa si esprime in una superficialità di coppia o in una genitorialità esibizionistica e infantile; ciò conduce l’individualismo alle estreme conseguenze: consolidare il proprio status di potere su un’altra persona.

Copertina del libro di Mattia Morretta: Questo matrimonio non s'ha da fare. Crisi di famiglia e genitorialità

Matrimonio con figli come status symbol

I danni sulle recenti generazioni sono evidenti; l’Autore sovente denuncia l’assenza di madri e padri, vale a dire chi sappia incarnare la funzione genitoriale sul piano simbolico, per trasmettere lasciti alle generazioni successive: ci si limita a un abito, a una vuota parvenza, a una recita a soggetto. Se avere dei figli è diventato uno status symbol da invidiare, in questa decostruzione più generale si inseriscono le rivendicazioni paritarie delle coppie omosessuali, per le quali Morretta riserva una pesante stoccata: «Non bastano i disastri famigliari dei “normali”, servono quelli addizionali dei “diversi” per par condicio». Anche per le unioni dello stesso sesso vale la considerazione di Pier Paolo Pasolini – pensatore che Morretta sente assai vicino – secondo cui il matrimonio servirebbe «per raggiungere, ed esprimere socialmente, il benessere» nascondendo «rapporti profondamente insinceri», «liberi, con penosa indecenza, di usufruire di una libertà sessuale che in realtà non fa altro che mettere in mostra la povertà della loro carne e la loro volgarità». Anziché porre sul piano giudiziario o dei «registri amministrativi» la coppietta idealizzata contro il mondo ostile invidioso, sarebbe ben più importante «valutare caso per caso» e «parlare di compatibilità caratteriale, comunicazione difficile o conflittualità tra partner e col vicinato, adeguatezza nel ruolo parentale ed educativo, fatiche domestiche e peso opprimente degli oneri minuti, malattie, handicap, invalidità, morte, tutto ciò che concerne l’ordinaria lotta per vivere».

Dal matrimonio di facciata alla comunità di amici

Forse allora ci si incontrerebbe in una «comunità allargata nella quale rinascere e crescere quali soggetti sociali, un tessuto civico nel quale integrarsi e far la propria parte». In essa, come sempre è stato nella storia – e Morretta porta vari esempi sin dall’antica Grecia – si trova il luogo per uscire sia dall’individualismo di unioni asfittiche, sia da un’eccessiva sessualizzazione delle relazioni, che prescrive alle rispettive comunità gay e etero di relazionarsi autoreferenzialmente. A prescindere da qualsivoglia rapporto e orientamento sessuale, le culture dimostrano la possibilità di legami fortemente affettuosi, anche tra persone di sesso maschile, camerateschi, virili come «quei baci slavi fra uomini, che significano grande amicizia e rispetto», per dirla con Neruda. Morretta vede una via d’uscita nelle intese intime che, anziché chiudersi a riccio, costruiscono una trama sociale e consacrano una creazione artistica all’eternità: le ritrova nell’«amicalità onesta e filosofica», che è «il bene più raro e censurato nella nostra era, in quanto mercificata e svilita a complicità o connivenza, anche per il predominio del sesso e della coppia». Tra l’altro, proprio «l’amicizia è la veste relazionale che più consente la valorizzazione della componente omosessuale dell’essere umano», afferma.

Un libro non allineato

Come avrete capito da queste mie righe a volo d’uccello, Questo matrimonio non s’ha da fare è un libro che, se venisse letto, risulterebbe fastidioso pressoché a tutti. Morretta, come al solito, non ha risparmiato frecciate a destra e a manca. Gli si potrebbe rinfacciare un eccesso di impietosità o di generalizzazione, anche se personalmente leggo il quadro da lui delineato come un insieme archetipico, come un monito – a tratti moralistico, va detto – per metterci in guardia dalle strade in cui è facile scivolare, come una provocazione alla riflessione critica sulla nostra identità sessuale, ma ancor più sul nostro ruolo nella società, rifiutando modelli omologanti facilmente replicabili dalla mediocrità imperante. Ciò che a prima vista si può scambiare per un tradimento della “causa LGBTQI+” – pacchetto completo di etichetta e imballaggio cui, a onor del vero, Morretta si è sempre rifiutato di aderire – in realtà è un modo più profondo per promuovere una «varietà di formule relazionali e parentali coerenti con le differenti tipologie di orientamento, personalità e valori», migliori per sé e per gli altri, qualitativamente più elevate, in base al proprio temperamento affettivo.

La sfortuna di questo volume è che probabilmente non verrà letto dai più, per via dell’elaborato spessore che a molti sarebbe indigesto. Ma potrebbe rivelarsi anche la sua fortuna: sottratto dal fuoco incrociato di sfogliatori superficiali che si accontenterebbero di una sola citazione per strumentalizzarlo, per l’Autore risulta più agevole intessere dialoghi fraterni con coloro che, oltre ad averlo letto, lo avranno pure voluto accogliere.

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L'autore: Piotr Zygulski

Piotr Zygulski (Genova, 1993) è giornalista pubblicista. È autore di monografie sui pensatori post-marxisti Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa, oltre a pubblicazioni in ambito teologico. Nel 2016 si è laureato in Economia e Commercio presso l'Università di Genova, proseguendo gli studi magistrali in Filosofia all'Università di Perugia e all'Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI), discutendo una tesi su una lettura trinitaria dell'attualismo di Giovanni Gentile. Attualmente è dottorando all'Istituto Universitario Sophia in Escatologia, con uno sguardo sulla teologia islamica sciita, in collaborazione con il Risalat Institute di Qom, in Iran. Dal 2016 dirige la rivista di dibattito ecclesiale Nipoti di Maritain. Interessato da sempre alla politica e ai suoi rapporti con l’economia e con la filosofia, fa parte di Termometro Politico dal 2014, specializzandosi in sistemi elettorali, modellizzazione dello spazio politico e analisi sondaggi.
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